I miei più sinceri auguri.

•22 giugno 2010 • Lascia un commento

Ho solo ventitrè anni da raccontare, mentre voi continuate a spacciarne per meravigliosi quasi quaranta.
Avete forgiato specchi deformanti, strade tortuose e cieche, ectoplasmi che si celano subdolamente nello spogliare una bottiglia dalla sua etichetta. E siete stati eccezionali nel rendermi la mia peggior nemica, inutilmente incapace di portare rancore, come colei che, in preda alla folle paura di ricevere l’ennesimo saluto dell’alba, dimentica lo strazio di non sentirsi bambina.
Una pantera rosa appesa ad un ombrello continua a dondolare scricchiolando per il tempo passato e la polvere che le vela gli occhi: ricorda ancora i miei pensieri, e la stupida effimera felicità di una cena frugale in quei sabati senza obblighi, tutte quelle realtà inventate tra le gambe di un letto, mentre la voce faceva eco nella stanza vuota.
Mai che abbiate pensato a proteggermi dai pericoli reali, da libidini perverse, da cinghie e legni che mi inseguivano fino a dove non c’era più scampo, da sguardi così severi e terrificanti da inibire il respiro, da restrizioni ottocentesche e regole castranti.
Cos’è giusto? Cos’è sbagliato?
Sbagliato disegnare sui muri, sbagliato ridere per strada, sbagliato giocare, sbagliato persegure degli ideali, sbagliato il sei, il sette e l’otto, sbagliate le amicizie, sbagliato il disordine e il ballare in casa, sbagliate le mie crociate, sbagliato il biglietto di uno spettacolo serale, sbagliate le letture e sbagliata l’integrità, sbagliata filosofia, sbagliate le posizioni politiche, sbagliato l’esporsi troppo: cose da idealisti perdenti. Sbagliato tuo padre, che non ti vuole.
Giusto uno schiaffo, due, tre, giusto, sono gobba, giusto, devo scrivere meglio, giusto, devo studiare per il massimo: “Che voto ha preso A.?”, deve essere meno del mio. Giusto un compromesso, una raccomandazione, la svalutazione delle lotte per il cambiamento. Giusto, devo fare il giullare, devo urlare i numeri della tombola in quattro lingue. Giusto, che lui diventi presidente di tutto quello che io abbia toccato, per diventare il protagonista. Giusto che tutti sappiano cosa sono senza neppure avermi fatto una domanda. Giusto che io abbia sempre voluto fare il medico e null’altro. Giusto che tutto il resto sia delusione. Giusto che io sia nata per essere allegra anche quando fuori è tempesta. Giusto che stia dritta e che non sporchi il pavimento. Giusto che io scriva come lei, lei è più brava. Giusto, il mio disegno fa schifo, chiamiamo chi lo sa fare e strappiamo la pagina. Giusto che abbia imparato a mentirvi per terrore delle vostre reazioni. Giusta tua mamma, che è sempre presente.
Giusto che oggi, ormai donna padrona di scelte che vi fanno storcere quel naso troppo in alto per guardare i lineamenti del mio viso deluso, debba convivere col timore di comportarmi come voi: di fare della vita un gigantesco palazzo clientelare, di procurarmi moventi per lamenti infiniti, quando ancora il cuore pulsa ed il pane è caldo sulla tavola. Di cercare le risposte in un dio che è muto, o di pregarlo solo quando l’assemblea è popolosa e ricca. Di trascorrere i giorni a procacciarsi amarezza, tra frasi non dette e bile che riempie le stanze così ben arredate.
Giusto che gli squilibri della vostra storia siano diventati inconcepibili meccanismi di colonizzazione dei figli, che le frustrazioni di mesi senza tocco si siano trasformati in rivendicazioni, in racconti deviati di mostri distanti e fate dei dolci.
Giusto ridurmi alla follia tra la pietà e la rabbia, giusto avermi resa incapace di liberarmi da questo giogo, giusto far leva sul senso di colpa suscitato da lacrime e da un ruolo cucitomi addosso con un gancio da mattatoio. Giusto che nessuna delle mie scelte sia degna di stima.
Giusto che io sia nata per ripagare i sacrifici che non vi ho chiesto di fare, le suppellettili che non vi ho chiesto di comprare, sbagliato che io viva in affitto in una casa del 1950 e sia felice con l’uomo che amo.
Sbagliato che io sia felice, perchè la tua tristezza, madre, doveva sempre essere anche la mia.
Giusto che siano mesi che non riesco a comporre uno sfogo che sia leggibile, per la confusione che mi tormenta il cervello.
Giusto che abbiate forgiato magistralmente una me che vuole vedermi fallire e tornare come l’amato figliol prodigo.
Giusto che per il sogno della piccola valga la pena lottare e che del mio non si conoscano neppure i contorni.
Giuste per lei le attenzioni ed il rispetto che non ho mai potuto pretendere.
Giuste per lei le sorprese e l’amore adolescenziale di un padre che ha capito di stare invecchiando.
Sbagliata l’infanzia irata che si fa strada nelle debolezze e i pianti capricciosi da senso di ingiustizia.
Giusto che voi siate quello che combatto, giusto il vostro intessere sociale e politico, giuste le vostre amicizie mal sopportate eppure cercate. Giusta la vostra supponenza etica e la vostra presunzione di innocenza. Giusti i vostri tentativi di propinarmi le vostre facili soluzioni sporche di borghesia.
Giusto il prenderci come alibi per non lasciarvi, giusto il volume della voce fra insulti e ripicche. Sbagliato parlarsi chiaramente e spezzare i legacci dell’infelicità. Giusto autorità, autorevolezza. Giusto: “Io ti odio, figlia mia”. Giusto farmi sentire responsabile del vostro allontanamento graduale.
Giusto venire a festeggiare la vostra unione, giusto entrare in chiesa, giusto salutare gente che sputerà veleno non appena si voltano le spalle, giusto sorridere, giusto fare finta che questi anni siano stati anni d’amore, che questa famiglia sia perfetta ed invidiabile, giusto omettere che, da quando vi guardo vivere da lontano, sto iniziando a contare le ombre che avete disegnato sul mio muro, bianco, perchè non vi si poteva disegnare.
E giusto che tutto sia scontato, che debba farlo perchè mi avete dato questa vita che non ho mai chiesto.

Giusti voi.
Sbagliata io.

Come sempre, come avete tenuto che fosse, come mi avete insegnato.

La nascita del Calicantus

•17 novembre 2009 • Lascia un commento

Il calicantus svettò nell’aria di quel dicembre nevoso, nonostante il gelo di Shenyang, in tutta la sua esile altezza. Le conifere interrompevano con la loro tenace resistenza l’orizzonte spoglio e sospeso, ma solo dall’arbusto scuro tratti di porpora e bianchi petali acuminati riuscivano a dipingerlo d’estate.
Anche lei nacque allora: quando sotto la coltre di vesti i passanti celano i loro segreti e fendono il freddo nel silenzio assorto. Aprì gli occhi orientali come il fiore porge al cielo la corolla, con la delicata prepotenza di un evento raro, di un meraviglioso profumo cullato dall’asettica neve, scavalcando da leggera antilope l’abisso tra la potenza e l’esistenza.
Crebbe, e sembrava che a volte, negli angoli illuminati dal sole, parlasse con un’amica immaginata, raccontandole quali regole aveva il mondo che viaggiava nel suo sguardo sbalordito, quali rivelazioni l’avevano vista unica testimone, quali verità fossero apparse potenti nei suoi pochi anni di vita.
Nessuno mai seppe che quel fascio di luce sulle pareti di una casa ignara era Tersicore, che educava la sua prescelta a non calpestare il suolo, ma carezzarlo al suon di vento come le foglie di Strauss, così da riuscire anche a riposare sull’acqua quando le stelle possono essere chiamate per nome.

Nata per danzare, la bambina calicantus, custodiva la primavera in un cristallo di ghiaccio.

L’autunno non muore.

•16 novembre 2009 • Lascia un commento

Da quando aveva iniziato ad usare due mani per contare i suoi anni, aveva capito che il tempo non gli sarebbe mai piaciuto. Così precisava sulle date nei suoi quaderni quale fosse il mese, il giorno e l’anno, per timore di non riconoscerli più una volta diventato adulto, in quel futuro lontano ed avvolto dal mistero di linguaggi alieni.
Cosa ne sarebbe stato di lui?
A volte non aveva neppure il coraggio di pensarlo. Si sentiva come quei bruchi che non sono destinati a diventare farfalle e poco importava che sapesse già volare: guardava i compagni fortunati dal cantuccio della sua foglia di gelso e sognava un bozzolo di seta.
Boka correva a perdifiato nel grano, ed era estate. Aveva per amico uno scarabeo d’oro e non c’era caduta, nè vespa ostinata che potesse fermare il passo, tra un fossato e l’altro della sua Via Pàl.
Poi arrivava il vento, i primi pianti di nuvola e il sole passeggiava più basso.
Accompagnava l’ombra lunga di una canna da pesca nel suo segnare le ore sul lago, e mai avrebbe voluto che pescasse qualcosa…desiderava solo il silenzio di quel momento, che non avrebbe più scordato.
Nei suoi giorni preferiti era autunno, gli alberi tessevano ragnatele sul cielo smorto ed aspettando la nebbia nella strada tenebrosa, amava chiedersi il perchè delle cose mentre le gocce scrivevano sui vetri storie sconosciute.
Allora i pomeriggi riuscivano ancora ad essere tiepidi. Mai avrebbe pensato che durante uno di questi avrebbe sentito le foglie parlare: bastò un suo salto ed un parlamento di foglie tra le risa cristalline a crepitare e tingere di ocra ed amaranto la terra sonnolenta, mentre un pettirosso danzava tra i rami come piccola fiamma: che meraviglia.

Ma non sapeva il bambino che quell’autunno, di cui inseguiva il volo, un giorno gli sarebbe morto tra le dita tremanti, un giorno in cui il pomeriggio riusciva ancora ad riscaldare un poco, ma mai abbastanza per chi ha il gelo nel petto.

Chissà quale storia le foglie avranno da raccontare…
Salta, Boka!

“L’autunno non muore: l’autunno sa volare..”

Autunno

•4 novembre 2009 • Lascia un commento

La morsa del mattino taglia i passi.
Ho visto foglie mulinare.
Da morte sembrano calde e
non le chiamo per nome.

Ho così tanti ricordi di te
che non posso ricordare,
serro i denti,
come se le Erinni mi strappassero
i capelli.

Inaccettabile.
Il tempo è segnato
io non ti incontrerò
senza mutare,
senza ringiovanire.

Vincolata da iuta grezza
guardo i tuoi dolori
balenare nelle notti:
ed è come se le Erinni mi strappassero
i capelli.

Il fantasma del passato

•18 ottobre 2009 • Lascia un commento

Dove pareti si incrociano e delimitano spazi
Le braccia avvolgono le ginocchia
La schiena rasenta un freddo contatto col ricordo
La testa bassa non sveglia gli occhi con la luce della fiducia

Sono il fantasma del passato
Recondito nella mente
O appollaiato e vacuo sulle spalle

Sono il vetro smerigliato e umido
Che scompone il giorno e la notte
In punti sconnessi e distorti

Ma ho velleità d’elfo…
Scintille nelle dita…
Mi si uccida,
Chè possa rinascere
Fuori dalle grate di quest’oggi sconosciuto.

5×5

•18 ottobre 2009 • Lascia un commento

Avrebbe preferito

Saltare solitaria
una corda trasparente,
Avere per compagni
i figli di Dickens,
Disegnare mentalmente
sul muro bianco,

più che aprirgli la porta.

Inseguiva il ticchettio
verso la visita abituale
nel tentativo di scordare
moltiplicazioni elementari.

Era un gioco a premi
inventato sul ballatoio
dalla lingua amica
lucida di bava.

Cinque per cinque?
Venticinque.

Non capiva
come fossero strette
le risposte esatte
e le mani serrate
sul corpo verde.

Sette per nove?
Sessantatrè.

Oscuri
il dolore dell’intimità,
il movente della malizia,
il divenire dell’oppressione,
il desiderio di scomparsa.

Quattro per otto?

Non vuole i suoi premi.
Lo stupore atterrito
scavalca le urla:
la punizione è la stessa,
e non la stupisce.

Umidi gli occhi sbarrati,
le gambe sottili rigide e livide
e l’imperitura violazione:
un rampicante ed orrido
senso di colpa.

Mia madre

•14 settembre 2009 • Lascia un commento

Uno…due…tre…quattro….
Sarà per contarmi le dita dei piedi senza perderne il conto, che mi ressi sulle gambette appena nata.
O per provare a camminare piano, senza che nessuno mi scoprisse, senza che nessuno piombasse lì a farmi quelle smorfie, che no, non fanno ridere per niente, e da piccolo pensi che i grandi siano stupidi o, nei casi più sfortunati, che lo stupido sia tu a non capire cosa ci sia da boccheggiare.
Il passo dei gatti volevo, anche se a me i gatti non son mai piaciuti, soprattutto quello della zia Rosetta, accidenti a lui e ai suoi artigli.

Ho imparato subito a zampettare in silenzio, e crescevo come una spiga di grano che non copre il papavero, e il nonno lo sapeva che dal grano si fa il pane, che come canta il grano al vento di maggio non lo sa fare il fiore.
Il nonno mi voleva bene, mi infilava nelle tasche del grembiule inamidato un grande pezzo di castagnaccio profumato e mi sorrideva versandomi il futuro negli occhi. Il nonno mi voleva bene e non ricordo se quel giorno di novembre io abbia pensato che stesse solo dormendo, ma ricordo che volevo fosse così.

A piedi nudi fuggita da un destino di merletti, come un ruscello zitto verso il fiume, e quante dita ora sembro avere nell’illusione dell’acqua e com’è duro scappare dalla sfiducia infida come la sabbia.
Ho sempre preferito gli scogli e nuotare al sole. Dove sono finite le pinne?

Non ho mai imparato ad andare in biciletta. E’ divertente. Lì di piedi ne vedi solo uno alla volta, ma con attenzione, altrimenti si cade. Mia sorella sa andare in bicicletta invece, lei è un papavero, penso. Forse ha badato troppo ai piedi, perchè è caduta. Io non ci sono neanche salita, ma sento di essere caduta, come se la terra su cui stavo, fosse diventata il gradino che ricordavo di aver già salito.

C’è stata una volta in cui non riuscii più a scorgere i miei piedi, per quanto mi sporgessi non era mai abbastanza: erano le mie figlie, tutte pance a punta, orgogliosissime pance appuntite.
Ho contato le loro dita: dieci, per fortuna, non una di più nè una di meno. Ad una devo aver insegnato a nuotare (dove sono le pinne?) all’altra il silenzio.

A volte ho paura che siano delle spighe.
A me piaceva essere una spiga, ma forse agli altri non piacciono le spighe.

Una sera d’agosto mia figlia mi disse che dal grano si fa il pane, l’altra disse che il pane era buono.

Sono seduta sulla mia poltrona. Semplice. Dondola.
Controllo le mie dita: sembrano di più con tutto questo andare.
Devo ritrovare le pinne.

Che il grano è silente, ma come farne a meno.

Mi hanno detto..

•3 luglio 2009 • Lascia un commento

Mi hanno detto: “Ognuno è protagonista della sua vita”
Si fa presto a proferirlo, per iniziare a convincermene ci ho messo vent’anni.
“Ognuno nasce con uno scopo”, si dice ancora, e di questo, fortunatamente me ne sono accorta subito, quando ho notato che erano già in programma la mia indole, le mie reazioni, il mio ruolo.
Oh sì…ero fatta per il teatro, era scritto: “maschera del buffone” e che facciamo? Non li accontentiamo? Se questo fosse il solo modo di esistere? Se questo fosse il solo modo di farsi accettare?
Questa è la classica domanda di un adolescente davanti al primo spinello, nell’istante terribile di indecisione che precede la liberazione e il giubilo del gruppo festante; ho iniziato a pormela con regolarità quasi devozionale dalla conquista del primo ricordo, un dodici anni prima che mi sentissi chiamare teenager.
Unico metro di giudizio l’amore parentale, anche perchè mi pare gran difficile che un lampadario a forma di pantera rosa riesca a mostrare interesse per i pensieri di una tonta che lo chiama per nome.
E via così le imposizioni divennero auto-imposizioni ed iniziò a crescere sana una ragazza che non conoscevo, ma che, come i migliori capi mafia, mi assicurava protezione e rispetto nella società; una col mio stesso nome, obbediente, fortissima, diligente e sorridente; nel frattempo, come scaraventata in un pozzo, mi godevo la tintarella di luna sempre più viva, che si sarebbe evoluta ben presto in rachitismo.
Ero quello che si voleva da me, a tutti i livelli, in tutte le situazioni, oltre la verità e la tutela del corpo: una macchina da guerra; se non erano in programma la riflessione, la timidezza, la svogliatezza, il desiderio di svago, la contestazione, venivano bellamente messe da parte con le buone o, più spesso, con le cattive, in un pozzo che raccoglieva e catalogava, affrontandolo, ogni spettacolo.
L’errore qual è in questa storiella?
Che, da essermi richiesta, questa doppia vita è diventata auto-inflitta: in una sorta di reimpostazione del sistema ho deliberatamente scelto di schermarmi, grazie alla mia segretaria tutto-fare, anche da chi magari non avrebbe fatto grandi resistenze a conoscere quella Amelia gettata nel pozzo. (che mi pulsava assieme al sangue in musica e arte).
Sono diventata boia di me stessa, specializzandomi, col tempo, non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche nelle scelte di vita individuali; convinta di poter essere accolta non per quello che ero, ormai simile ad un batterio che vive in assenza di luce, ma per quello che avevo da offrire in repertorio.
Ci sono stati dei soli in cui ho cercato di risalire le pareti viscide del mio passato, trascorso a vivermi da sola, delle mani che hanno cercato di far leva per vedermi almeno spuntare, riuscendoci: queste mani non ci sono più, spero siano fiori, o meglio un sempreverde, che sopravvivano a me e a tutte le fini del mondo.
Ho imparato che non c’è mai abbastanza tempo da che non sento il suo respiro e, pur sbagliando tra le dita di Asclepio e impelagandomi in spiegazioni ridicole da fornire a più riprese ed a più venti, Amelia è tornata a respirare, di notte, a mangiare avidamente, a vivere per qualcosa in più di una carezza, a vivere per l’esistenza, per il viaggio, perchè la firma non sia una falsa dichiarazione di identità.
E litigava con me, di continuo, facendomi perdere la torcia e incendiando le menzogne che da sempre mi racconto e liberando in un momento tutte le frasi che non ho urlato e le lacrime che non ho pianto, le decisioni che ho scordato, il tempo che non ho perduto e i ricordi persi definitivamente.
Un boato.
Un tuono.
Una voce di lontano la chiama.
E’ magra, non si direbbe, e si fa forza: scala e demolisce, scala, ride isterica e demolisce quel nurago che la avvolge da quando ha scoperto il ricordo e mi schiaffeggia.
“Non la voglio la tua protezione!”
“Cosa?”
“Non la voglio la tua protezione!”
“Ma se non sai neanche respirare, senza di me non farai neppure un passo”
“…i…io…imparerò.”

Qualcuno riderà di questa favola, ma è quello che da poco è successo nei miei spazi prima arredati di tutto punto da tappezzeria anonima, ora vuoti, immensi.
I polmoni di Amelia non ce la fanno ancora ad abbracciare il vento, e il suo sguardo chiede se non notte, crepuscolo; Amelia sta provando ad offrirsi, e poco importa se a a volte brontolo che “lei no, non è buona per vivere”. Amelia vuole vibrare e dimenticare buffoni e folletti, nuda, partorire fiumi.
Mi svuoterò e sarò polvere, se sarà abbastanza ferma.

Appena nata sotto il segno di lagu, sotto il salice aspetta la sfida del sole.

Visioni sotto il salice

Visioni sotto il salice

Il rospo

•2 luglio 2009 • Lascia un commento

Gonfia le tue gote elastiche,
sino a che il respiro sia sfera che includa.

L’apnea si forza nel dilatato istante,
e si inanellano piccoli vuoti
a tradurre l’invisibile in braille.

Spingi spine di silenzio nella carne
per sedare i sensi ossessivi
ed ossessi
e tacere,
e capire i rigetti del ricordo,
i volti lampeggianti affogati
nello Stige del passato.

“Potessi avere
otto mesi ancora nell’aminios
senza luce.

La danza aprirebbe le dita palmate:
da cieco
leggerei le increspature delle ombre
sulla via dell’errare errando.

Conquisterei il fulgore del “cogito”,
ebbro e barcollante sulla turgida
ninfea dell’ “essere”.

E nell’autunno lento e sereno
cadrei in questo lago senza sponde
a scordarmi di me.”

Cantastorie

•23 giugno 2009 • Lascia un commento

Foschia
e ti racconti che sia nebbia;
pozza
e ti racconti che sia lago;
pietra
e ti racconti che sia monte;
passo
e ti racconti che sia corsa;
asma
e ti racconti che sia aria.

D’un tratto

Tagli la nebbia,

ti bagni nel lago,

scali il monte,

corri violenta,

inspiri vento.

E ti accorgi,
con strazio,
quanto tu sia stata
solo
cantastorie
ai piedi del tuo letto.

 
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