Mi hanno detto: “Ognuno è protagonista della sua vita”
Si fa presto a proferirlo, per iniziare a convincermene ci ho messo vent’anni.
“Ognuno nasce con uno scopo”, si dice ancora, e di questo, fortunatamente me ne sono accorta subito, quando ho notato che erano già in programma la mia indole, le mie reazioni, il mio ruolo.
Oh sì…ero fatta per il teatro, era scritto: “maschera del buffone” e che facciamo? Non li accontentiamo? Se questo fosse il solo modo di esistere? Se questo fosse il solo modo di farsi accettare?
Questa è la classica domanda di un adolescente davanti al primo spinello, nell’istante terribile di indecisione che precede la liberazione e il giubilo del gruppo festante; ho iniziato a pormela con regolarità quasi devozionale dalla conquista del primo ricordo, un dodici anni prima che mi sentissi chiamare teenager.
Unico metro di giudizio l’amore parentale, anche perchè mi pare gran difficile che un lampadario a forma di pantera rosa riesca a mostrare interesse per i pensieri di una tonta che lo chiama per nome.
E via così le imposizioni divennero auto-imposizioni ed iniziò a crescere sana una ragazza che non conoscevo, ma che, come i migliori capi mafia, mi assicurava protezione e rispetto nella società; una col mio stesso nome, obbediente, fortissima, diligente e sorridente; nel frattempo, come scaraventata in un pozzo, mi godevo la tintarella di luna sempre più viva, che si sarebbe evoluta ben presto in rachitismo.
Ero quello che si voleva da me, a tutti i livelli, in tutte le situazioni, oltre la verità e la tutela del corpo: una macchina da guerra; se non erano in programma la riflessione, la timidezza, la svogliatezza, il desiderio di svago, la contestazione, venivano bellamente messe da parte con le buone o, più spesso, con le cattive, in un pozzo che raccoglieva e catalogava, affrontandolo, ogni spettacolo.
L’errore qual è in questa storiella?
Che, da essermi richiesta, questa doppia vita è diventata auto-inflitta: in una sorta di reimpostazione del sistema ho deliberatamente scelto di schermarmi, grazie alla mia segretaria tutto-fare, anche da chi magari non avrebbe fatto grandi resistenze a conoscere quella Amelia gettata nel pozzo. (che mi pulsava assieme al sangue in musica e arte).
Sono diventata boia di me stessa, specializzandomi, col tempo, non solo nelle relazioni interpersonali, ma anche nelle scelte di vita individuali; convinta di poter essere accolta non per quello che ero, ormai simile ad un batterio che vive in assenza di luce, ma per quello che avevo da offrire in repertorio.
Ci sono stati dei soli in cui ho cercato di risalire le pareti viscide del mio passato, trascorso a vivermi da sola, delle mani che hanno cercato di far leva per vedermi almeno spuntare, riuscendoci: queste mani non ci sono più, spero siano fiori, o meglio un sempreverde, che sopravvivano a me e a tutte le fini del mondo.
Ho imparato che non c’è mai abbastanza tempo da che non sento il suo respiro e, pur sbagliando tra le dita di Asclepio e impelagandomi in spiegazioni ridicole da fornire a più riprese ed a più venti, Amelia è tornata a respirare, di notte, a mangiare avidamente, a vivere per qualcosa in più di una carezza, a vivere per l’esistenza, per il viaggio, perchè la firma non sia una falsa dichiarazione di identità.
E litigava con me, di continuo, facendomi perdere la torcia e incendiando le menzogne che da sempre mi racconto e liberando in un momento tutte le frasi che non ho urlato e le lacrime che non ho pianto, le decisioni che ho scordato, il tempo che non ho perduto e i ricordi persi definitivamente.
Un boato.
Un tuono.
Una voce di lontano la chiama.
E’ magra, non si direbbe, e si fa forza: scala e demolisce, scala, ride isterica e demolisce quel nurago che la avvolge da quando ha scoperto il ricordo e mi schiaffeggia.
“Non la voglio la tua protezione!”
“Cosa?”
“Non la voglio la tua protezione!”
“Ma se non sai neanche respirare, senza di me non farai neppure un passo”
“…i…io…imparerò.”
Qualcuno riderà di questa favola, ma è quello che da poco è successo nei miei spazi prima arredati di tutto punto da tappezzeria anonima, ora vuoti, immensi.
I polmoni di Amelia non ce la fanno ancora ad abbracciare il vento, e il suo sguardo chiede se non notte, crepuscolo; Amelia sta provando ad offrirsi, e poco importa se a a volte brontolo che “lei no, non è buona per vivere”. Amelia vuole vibrare e dimenticare buffoni e folletti, nuda, partorire fiumi.
Mi svuoterò e sarò polvere, se sarà abbastanza ferma.
Appena nata sotto il segno di lagu, sotto il salice aspetta la sfida del sole.

Visioni sotto il salice