La nascita del Calicantus
Il calicantus svettò nell’aria di quel dicembre nevoso, nonostante il gelo di Shenyang, in tutta la sua esile altezza. Le conifere interrompevano con la loro tenace resistenza l’orizzonte spoglio e sospeso, ma solo dall’arbusto scuro tratti di porpora e bianchi petali acuminati riuscivano a dipingerlo d’estate.
Anche lei nacque allora: quando sotto la coltre di vesti i passanti celano i loro segreti e fendono il freddo nel silenzio assorto. Aprì gli occhi orientali come il fiore porge al cielo la corolla, con la delicata prepotenza di un evento raro, di un meraviglioso profumo cullato dall’asettica neve, scavalcando da leggera antilope l’abisso tra la potenza e l’esistenza.
Crebbe, e sembrava che a volte, negli angoli illuminati dal sole, parlasse con un’amica immaginata, raccontandole quali regole aveva il mondo che viaggiava nel suo sguardo sbalordito, quali rivelazioni l’avevano vista unica testimone, quali verità fossero apparse potenti nei suoi pochi anni di vita.
Nessuno mai seppe che quel fascio di luce sulle pareti di una casa ignara era Tersicore, che educava la sua prescelta a non calpestare il suolo, ma carezzarlo al suon di vento come le foglie di Strauss, così da riuscire anche a riposare sull’acqua quando le stelle possono essere chiamate per nome.
Nata per danzare, la bambina calicantus, custodiva la primavera in un cristallo di ghiaccio.
