I miei più sinceri auguri.
Ho solo ventitrè anni da raccontare, mentre voi continuate a spacciarne per meravigliosi quasi quaranta.
Avete forgiato specchi deformanti, strade tortuose e cieche, ectoplasmi che si celano subdolamente nello spogliare una bottiglia dalla sua etichetta. E siete stati eccezionali nel rendermi la mia peggior nemica, inutilmente incapace di portare rancore, come colei che, in preda alla folle paura di ricevere l’ennesimo saluto dell’alba, dimentica lo strazio di non sentirsi bambina.
Una pantera rosa appesa ad un ombrello continua a dondolare scricchiolando per il tempo passato e la polvere che le vela gli occhi: ricorda ancora i miei pensieri, e la stupida effimera felicità di una cena frugale in quei sabati senza obblighi, tutte quelle realtà inventate tra le gambe di un letto, mentre la voce faceva eco nella stanza vuota.
Mai che abbiate pensato a proteggermi dai pericoli reali, da libidini perverse, da cinghie e legni che mi inseguivano fino a dove non c’era più scampo, da sguardi così severi e terrificanti da inibire il respiro, da restrizioni ottocentesche e regole castranti.
Cos’è giusto? Cos’è sbagliato?
Sbagliato disegnare sui muri, sbagliato ridere per strada, sbagliato giocare, sbagliato persegure degli ideali, sbagliato il sei, il sette e l’otto, sbagliate le amicizie, sbagliato il disordine e il ballare in casa, sbagliate le mie crociate, sbagliato il biglietto di uno spettacolo serale, sbagliate le letture e sbagliata l’integrità, sbagliata filosofia, sbagliate le posizioni politiche, sbagliato l’esporsi troppo: cose da idealisti perdenti. Sbagliato tuo padre, che non ti vuole.
Giusto uno schiaffo, due, tre, giusto, sono gobba, giusto, devo scrivere meglio, giusto, devo studiare per il massimo: “Che voto ha preso A.?”, deve essere meno del mio. Giusto un compromesso, una raccomandazione, la svalutazione delle lotte per il cambiamento. Giusto, devo fare il giullare, devo urlare i numeri della tombola in quattro lingue. Giusto, che lui diventi presidente di tutto quello che io abbia toccato, per diventare il protagonista. Giusto che tutti sappiano cosa sono senza neppure avermi fatto una domanda. Giusto che io abbia sempre voluto fare il medico e null’altro. Giusto che tutto il resto sia delusione. Giusto che io sia nata per essere allegra anche quando fuori è tempesta. Giusto che stia dritta e che non sporchi il pavimento. Giusto che io scriva come lei, lei è più brava. Giusto, il mio disegno fa schifo, chiamiamo chi lo sa fare e strappiamo la pagina. Giusto che abbia imparato a mentirvi per terrore delle vostre reazioni. Giusta tua mamma, che è sempre presente.
Giusto che oggi, ormai donna padrona di scelte che vi fanno storcere quel naso troppo in alto per guardare i lineamenti del mio viso deluso, debba convivere col timore di comportarmi come voi: di fare della vita un gigantesco palazzo clientelare, di procurarmi moventi per lamenti infiniti, quando ancora il cuore pulsa ed il pane è caldo sulla tavola. Di cercare le risposte in un dio che è muto, o di pregarlo solo quando l’assemblea è popolosa e ricca. Di trascorrere i giorni a procacciarsi amarezza, tra frasi non dette e bile che riempie le stanze così ben arredate.
Giusto che gli squilibri della vostra storia siano diventati inconcepibili meccanismi di colonizzazione dei figli, che le frustrazioni di mesi senza tocco si siano trasformati in rivendicazioni, in racconti deviati di mostri distanti e fate dei dolci.
Giusto ridurmi alla follia tra la pietà e la rabbia, giusto avermi resa incapace di liberarmi da questo giogo, giusto far leva sul senso di colpa suscitato da lacrime e da un ruolo cucitomi addosso con un gancio da mattatoio. Giusto che nessuna delle mie scelte sia degna di stima.
Giusto che io sia nata per ripagare i sacrifici che non vi ho chiesto di fare, le suppellettili che non vi ho chiesto di comprare, sbagliato che io viva in affitto in una casa del 1950 e sia felice con l’uomo che amo.
Sbagliato che io sia felice, perchè la tua tristezza, madre, doveva sempre essere anche la mia.
Giusto che siano mesi che non riesco a comporre uno sfogo che sia leggibile, per la confusione che mi tormenta il cervello.
Giusto che abbiate forgiato magistralmente una me che vuole vedermi fallire e tornare come l’amato figliol prodigo.
Giusto che per il sogno della piccola valga la pena lottare e che del mio non si conoscano neppure i contorni.
Giuste per lei le attenzioni ed il rispetto che non ho mai potuto pretendere.
Giuste per lei le sorprese e l’amore adolescenziale di un padre che ha capito di stare invecchiando.
Sbagliata l’infanzia irata che si fa strada nelle debolezze e i pianti capricciosi da senso di ingiustizia.
Giusto che voi siate quello che combatto, giusto il vostro intessere sociale e politico, giuste le vostre amicizie mal sopportate eppure cercate. Giusta la vostra supponenza etica e la vostra presunzione di innocenza. Giusti i vostri tentativi di propinarmi le vostre facili soluzioni sporche di borghesia.
Giusto il prenderci come alibi per non lasciarvi, giusto il volume della voce fra insulti e ripicche. Sbagliato parlarsi chiaramente e spezzare i legacci dell’infelicità. Giusto autorità, autorevolezza. Giusto: “Io ti odio, figlia mia”. Giusto farmi sentire responsabile del vostro allontanamento graduale.
Giusto venire a festeggiare la vostra unione, giusto entrare in chiesa, giusto salutare gente che sputerà veleno non appena si voltano le spalle, giusto sorridere, giusto fare finta che questi anni siano stati anni d’amore, che questa famiglia sia perfetta ed invidiabile, giusto omettere che, da quando vi guardo vivere da lontano, sto iniziando a contare le ombre che avete disegnato sul mio muro, bianco, perchè non vi si poteva disegnare.
E giusto che tutto sia scontato, che debba farlo perchè mi avete dato questa vita che non ho mai chiesto.
Giusti voi.
Sbagliata io.
Come sempre, come avete tenuto che fosse, come mi avete insegnato.
